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Lo sapevi che… Schiaparelli ha inventato i Marziani?

Mappa di Marte di Schiaparelli del 1890
Mappa di Marte disegnata da Schiaparelli durante l’opposizione del 1890. Sono ben visibili le linee dei “canali”

Schiaparelli pubblicò nel 1877 la sua prima mappa di Marte. Tra i molti dettagli nuovi rispetto alle carte in uso all’epoca sul pianeta rosso, c’era una rete di strutture rettilinee, che nelle mappe successive sarebbe diventata sempre più fitta e complessa.

Nei suoi scritti Schiaparelli chiamò queste strutture “canali”, per analogia con la geografia terrestre. Probabilmente però l’astronomo di Brera non si aspettava di scatenare una diatriba che si sarebbe protratta per decenni.

Infatti, subito dopo la pubblicazione della mappa e la presentazione dei risultati delle osservazioni, gli astronomi di tutto il mondo iniziarono a speculare sulla natura di questi canali e, benché Schiaparelli stesso fosse stato abbastanza cauto nel teorizzare una possibile origine artificiale, molti altri astronomi si lasciarono tentare da ipotesi più fantasiose.

Tra le cause di questo entusiasmo per gli ipotetici marziani c’è un malinteso “linguistico”. Il termine italiano “canale” può indicare sia una struttura naturale, come il canale della Manica, che una artificiale, come il canale di Suez. Invece in inglese per le due accezioni esistono due termini diversi: “channel” (naturale) e “canal” (artificiale).  Questo secondo termine fu scelto per tradurre gli scritti di Schiaparelli: fuorviando le intenzioni dell’astronomo, l’impressione al di fuori dei confini italiani fu che egli stesse chiaramente sostenendo l’esistenza di una civiltà extraterrestre.

Quando poi, durante l’opposizione del 1881, Schiaparelli si convinse di aver osservato la “geminazione” dei canali, uno sdoppiamento delle linee, insieme a variazioni di spessore, lunghezza e colore, molti astronomi la interpretarono come prova inconfutabile di un’origine artificiale.

Così si formarono due distinti schieramenti: gli astronomi che negavano la presenza dei canali, come Hall e Maunder, e quelli fermamente convinti della loro esistenza, come Pickering e, soprattutto, l’astronomo americano Percival Lowell, che scrisse diversi libri che descrivevano i canali e la civiltà che li aveva costruiti.

Fu Vincenzo Cerulli, fondatore dell’Osservatorio Astronomico di Teramo, a fornire per primo quella che è oggi ritenuta la corretta interpretazione dei “canali”. Si trattava, secondo lui, di un fenomeno chiamato integrazione ottica, con il quale la mente umana cerca, dove possibile, di ricondurre all’esperienza comune quelle che sono in realtà immagini vaghe e indistinte, come appunto quelle viste attraverso i telescopi dell’epoca.

Testo di Mario Carpino, Ginevra Trinchieri e Cristina Zangelmi

Alcune informazioni estratte dal libro La strumentazione nella storia dell’Osservatorio Astronomico di Brera, E. Miotto, G. Tagliaferri, P. Tucci